Decadenza e Solitudine, luce naturale e ombra
Urbex: architetture abbandonate e figure umane
È probabilmente nei luoghi abbandonati che la mia fotografia trova la sua forma più naturale.
Mi interessa ciò che accade quando un corpo vivo entra in uno spazio che ha smesso di esserlo: un'architettura privata della propria funzione, nella quale il tempo ha sostituito la presenza umana con la memoria.
Il nudo, quando è presente in questo contesto, non è semplicemente un soggetto da rappresentare, ma una misura dello spazio: la fragilità della carne accanto alla permanenza apparente della materia, due forme diverse di qualcosa che inevitabilmente passa.
Non cerco però di scegliere tra corpo e ambiente. È precisamente questa separazione che mi interessa mettere in discussione. Voglio che le due cose convivano, si contaminino e si completino. Il corpo deve attirare lo sguardo, ma non esaurirlo.
Anche la luce segue questa logica. Talvolta mi adeguo a quella già presente nel luogo, lasciando che sia l'architettura a determinare dove collocare la figura. Altre volte scelgo deliberatamente il punto in cui posizionarla, costruendo l'immagine affinché lo sguardo vi arrivi. Ma quel punto non è necessariamente la destinazione finale: è l'ingresso nell'immagine.
Per questo non elimino necessariamente ciò che potrebbe essere definito una distrazione. Una finestra bruciata, una parete deteriorata, un elemento fuori fuoco, una geometria apparentemente superflua: se obbliga l'occhio a tornare a guardare, per me non è un errore. È parte della fotografia.
La mia intenzione non è condurre lo spettatore verso un soggetto e ordinargli di fermarsi lì. È invitarlo a perdersi dentro il rapporto fra il corpo e il luogo.










































































































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