Il destino aveva un piano.
Tu ti appassionerai alla fotografia.
NO.
Come, no?
NEANCHE PER SOGNO, NON MI INTERESSA.
Eppure vedrai.. un giorno avrai una macchina fotografica.
IMPROBABILE.
E fotograferai.
ANCORA PIU' IMPROBABILE.
E un giorno costruirai un sito per mostrare le tue fotografie.
QUESTA POI E' FANTASCIENZA
Era il 2020 e, a quanto pare, "QUALCUNO" aveva deciso di occuparsi personalmente della mia vita..
All'epoca non avevo una macchina fotografica, non la volevo e non capivo perché persone adulte potessero discutere per ore della differenza tra un 50 e un 85 millimetri come se ne dipendesse la pace nel mondo. La mia galleria fotografica era praticamente vuota. Se qualcuno mi chiedeva di fotografare, consigliavo saggiamente di rivolgersi a qualcuno capace. Mi sembrava una soluzione intelligente.
Poi arrivò la Norvegia.
Durante una crociera un familiare mi prestò una Canon 650D, la presi in mano e fu amore.
O, più precisamente, fu vanità.
Non sapevo fotografare assolutamente nulla, ma con quella macchina al collo mi sentivo già un artista. Avevo persino l'espressione seria e vagamente tormentata richiesta dal ruolo. Fotografai montagne, animali, alberi, acqua, cielo e qualunque cosa non riuscisse a scappare. Le fotografie erano discutibili, alcune proprio brutte. Ma poco importava perchè io mi sentivo un divo.
Tornato a casa feci quindi quello che avrebbe fatto qualunque persona ragionevole: comprai una reflex, una Canon 750D di seconda mano.
La comprai e.. naturalmente.. non la usai.
Poi arrivò una gita con alcuni amici.
Uno di loro sapeva davvero fotografare , dettaglio che all'epoca avevo colpevolmente sottovalutato ,e mi chiese di portare la mia macchina nuova. Feci qualche scatto, li guardò e mi diede dell'incapace, prese la macchina e fotografò lui.
Passarono alcuni mesi. Un giorno riguardai quelle fotografie: prima le mie, poi le sue e fu un'esperienza spirituale.
Le sue erano molto, molto migliori.
Eh, te credo. Lui sapeva fotografare, io avevo comprato una Canon.
A quel punto avrei potuto riporre la macchina in un armadio e tornare a occuparmi di altro.
Ma sono competitivo...
E se qualcuno è più bravo di me in qualcosa che mi interessa, difficilmente riesco a farmene una ragione.
Mi iscrissi quindi a un corso di fotografia. Era un corso base e, a giudicare da quello che sapevano fare gli altri, probabilmente ero io la parte più avanzata del programma. Io avevo una Canon base, qualche fotografia imbarazzante e una preparazione teorica che poteva essere riassunta in: premere il pulsante e vedere cosa succede.
Così cominciai a studiare. Luce, composizione, tecnica, linguaggio. Fotografai, sbagliai, cancellai e ricominciai. E finalmente cominciai a capire perché alcune fotografie funzionassero e altre, comprese molte delle mie, sembrassero incidenti stradali.
Il problema era fotografare.
A quanto pare funzionava.
A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi perché nella fotografia non utilizzi il mio nome e cognome.
Ovviamente Aulico è uno pseudonimo ma sarebbe riduttivo considerarlo un travestimento: è piuttosto una disgiunzione.
Ho bisogno, ogni tanto, di sottrarre ciò che penso e ciò che faccio alla tirannia della mia stessa biografia.
La vita quotidiana ha infatti il pessimo vizio di convincerci che ciò che siamo debba necessariamente coincidere con ciò che possiamo diventare.
Aulico è il contrario.
È uno spazio separato dalla persona, non dalla responsabilità. Un laboratorio nel quale poter osservare, studiare, fotografare, fallire e ricominciare senza che ogni tentativo debba essere ricondotto alla cronaca dell'uomo che sono.
Il nome reale identifica una persona.
Aulico identifica una ricerca.
Una ricerca fotografica, certamente, ma anche qualcosa di più ambizioso: il tentativo, forse ingenuo e certamente presuntuoso, di costruire un modo personale di guardare le cose.
E poi c'è un vantaggio collaterale, non trascurabile: protegge il prossimo dalla spiacevole eventualità di scoprire che l'autore delle fotografie è una persona perfettamente ordinaria.
La fotografia, almeno, merita di conservare qualche illusione.
Aulico
Ce la misi tutta.
Non perché avessi scoperto una vocazione mistica o perché avessi finalmente “trovato il mio modo di raccontare il mondo”.
Semplicemente mi ero appassionato.
E quando mi appassiono a qualcosa ho la pessima abitudine di prenderla sul serio.
Da quel momento la fotografia ha smesso lentamente di essere una cosa che facevo con una macchina fotografica in mano ed è diventata qualcosa di molto più serio: un modo di guardare, di scegliere, di cercare.
Il resto è storia.
La mia storia.






