La fotografia Urbex è una parte importante del mio lavoro e probabilmente quella che più di tutte spiega il mio modo di vedere la fotografia.

Mi interessano gli spazi abbandonati, il tempo che passa sulle cose, l'architettura deteriorata, la luce che entra dove un tempo c'erano persone, il contrasto tra un corpo e un ambiente che sembra essersi fermato. In questi luoghi il soggetto non è mai completamente separato dall'ambiente: luogo e persona diventano parte della stessa immagine.

Quando lavoriamo in Urbex, però, dobbiamo ricordarci una cosa molto semplice: il posto può essere abbandonato, ma il buon senso non deve esserlo.

Non siamo in uno studio fotografico con pavimento pulito, temperatura perfetta e bagno a pochi metri. Possiamo trovare polvere, fango, vetri, superfici sconnesse, freddo, caldo, vegetazione o situazioni che richiedono attenzione.

Per questo, prima di affrontare un progetto Urbex, è importante sapere che tipo di ambiente ci aspetta e prepararsi di conseguenza. Abbigliamento e calzature devono essere scelti anche pensando alla sicurezza e alla praticità, non soltanto all'estetica della fotografia.

Non ti chiederò di metterti in una posizione pericolosa per ottenere "lo scatto della vita". Se una situazione non è sicura, si cambia idea. Se una superficie non permette di lavorare tranquillamente, troviamo un'alternativa. Se un'immagine richiede un rischio che non vale la pena correre, quell'immagine semplicemente non la facciamo.

L'Urbex deve dare alla fotografia una sensazione di pericolo, mistero o abbandono. Non deve trasformarsi in un vero pericolo per chi sta realizzando la fotografia.

E sì, qualche volta ci sporcheremo.

Fa parte del fascino.

L'edificio può essere decadente. La nostra capacità di ragionare no.