C'è una categoria che i fotografi conosciamo bene: la modella che arriva in studio per una collaborazione TF e, ancora prima di togliersi il cappotto, ha già deciso come dovrebbe essere il servizio. Non sa cosa sia un tempo di scatto, non distingue un softbox da un frigorifero, non ha mai guardato un istogramma in vita sua, ma possiede una straordinaria certezza: sa esattamente come devi fotografarla. “Facciamo questa luce”, “io mi metterei qui”, “secondo me dovresti usare quell'obiettivo”, “perché non spostiamo tutto?”. E naturalmente arriva immancabile: una fotografia vista su Instagram, una posa, un'espressione, un'idea che bisogna assolutamente replicare perché “secondo me verrebbe benissimo”. Secondo me. È una formula apparentemente innocua che, nel giro di pochi minuti, può trasformare un fotografo in un semplice esecutore delle idee altrui.
È qui che la parola collaborazione TF comincia ad assumere un significato piuttosto particolare. Perché collaborazione, nel mio dizionario, significa che due persone mettono a disposizione competenze diverse per ottenere qualcosa che da sole probabilmente non avrebbero ottenuto. Non significa che io metto a disposizione studio, luci, attrezzatura, esperienza e tempo e tu, in cambio, mi spieghi come devo usare tutto. Se vado dal dentista non gli suggerisco quale trapano usare. Se porto la macchina dal meccanico non gli dico dove mettere il cric. Se vado al ristorante non entro in cucina per spiegare allo chef come tagliare le cipolle. Nel mondo fotografico, invece, basta aver posato qualche volta davanti a un obiettivo per acquisire improvvisamente competenze in illuminazione, composizione, ottica e direzione artistica. E sia chiaro: una modella può avere idee eccellenti, può conoscere perfettamente il proprio corpo, sapere quali pose la valorizzano e contribuire in maniera decisiva alla riuscita di un'immagine. Personalmente sono il primo a voler ascoltare chi ho davanti alla macchina fotografica. Ma ascoltare non significa obbedire e una buona collaborazione non consiste nel mettere da parte le competenze di uno dei due.
Il problema nasce quando la collaborazione viene confusa con la possibilità di stravolgere il lavoro del fotografo. Arrivi con la fotografia salvata sul telefono, chiedi di cambiare il set, spostare le luci, modificare l'atmosfera, replicare una posa e magari utilizzi pure la frase “ma tanto è in TF”. Come se il fatto di non esserci un pagamento trasformasse automaticamente il fotografo in un fornitore di servizi gratuito e senza diritto di parola. Personalmente questa cosa la trovo abbastanza curiosa. Se non ti piace il modo in cui ti fotografano, se vuoi un determinato tipo di luce, se hai già in mente esattamente quale debba essere il risultato, probabilmente non hai bisogno di un fotografo: hai bisogno di qualcuno che prema il pulsante mentre tu fai il resto. E in quel caso sarebbe almeno onesto dirlo.
In sintesi la collaborazione in TF dovrebbe essere uno scambio dove io metto a disposizione la mia esperienza e la mia visione, tu metti a disposizione la tua professionalità e la tua capacità di stare davanti all'obiettivo. Ci confrontiamo, proviamo, sbagliamo, cambiamo idea e magari alla fine otteniamo qualcosa che nessuno dei due aveva immaginato prima di entrare in studio. Questo per me è collaborare.
TF non significa “Tu Fai”.
Significa che lavoriamo insieme altrimenti.. molto più semplicemente.. chiamatelo come si faceva una volta: “io ho un'idea, tu eseguila”.
TF: quando la modella diventa fotografo.
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