Personalmente credo che una delle qualità più rare nel fotografo non sia il talento, ma la capacità di guardare una propria fotografia e dire semplicemente: “Questa non funziona”. Sembra facile. Non lo è affatto.

Perché nel frattempo abbiamo costruito un sistema nel quale tutto sembra concorrere a convincerci del contrario. Pubblici una fotografia, arrivano trenta like, cinque commenti con scritto “stunning”, due cuori e qualcuno che ti chiede quale macchina hai usato. Dopo qualche ora cominci già a pensare che forse hai prodotto qualcosa di importante. Se poi qualcuno osa suggerirti che quella fotografia non gli piace, la risposta è praticamente automatica: “È una questione di gusto”. Certo. La frase più comoda mai inventata per evitare qualsiasi forma di confronto.

Io personalmente non credo che il gusto sia un concetto così semplice. Credo che esistano fotografie riuscite e fotografie meno riuscite, scelte felici e scelte sbagliate, immagini mature e immagini che hanno ancora bisogno di essere capite da chi le ha scattate. Il problema è che ammetterlo richiede una cosa che sui social non porta molti like: l'umiltà. Così abbiamo sviluppato il fotografo impermeabile alla critica. Se non viene selezionato a un concorso, il concorso non capisce. Se non viene esposto, i curatori sono chiusi.

Se una fotografia non piace, il pubblico non è abbastanza evoluto. Se qualcuno fa meglio, “eh, ma quello ha più tempo”. Se qualcuno ha più successo, “eh, ma fa fotografie commerciali”. E alla fine il fotografo rimane sempre innocente, sempre incompreso e soprattutto sempre bravissimo. Personalmente trovo molto più interessante il fotografo che dubita di se stesso di quello che si presenta come un artista già compiuto a quarant'anni e dodici fotografie pubblicate.

Perché il dubbio, se usato bene, ti costringe a migliorare. La convinzione assoluta, invece, ti mette comodamente seduto sul divano del tuo stesso talento. E c'è un'altra cosa che trovo piuttosto divertente: spesso questi fenomeni sono quelli che raccontano maggiormente quanto sia importante avere una propria “visione”. Peccato che, quando qualcuno prova a mettere in discussione quella visione, improvvisamente non sia più arte, ma un'offesa personale.

Forse dovremmo recuperare una vecchia e poco instagrammabile abitudine: guardare le fotografie degli altri, guardare le nostre e provare, ogni tanto, a cambiare idea. Non ci rende meno artisti. Ci rende semplicemente meno idioti.

L'autocritica è finita. Per fortuna c'è Instagram.